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Premiata Salumeria Italiana nr. 4, 2010
Il Risorgimento è stato fatto anche a tavola
Potere delle osterie! Era in esse che si riunivano i carbonari cospiratori: come poi, sul finire del secolo, si riunirono i socialisti, tanto che gli osti erano spesso, di fatto, i segretari di quel partito...
Rubrica: Storia e cultura
Articolo di Barberis C.
(Articolo di pagina 86)
Custoza, frazione del comune di Sommacampagna (Verona), località doppiamente infausta per le sconfitte subite ad opera degli austriaci dall’esercito piemontese il 25 luglio 1848 e da quello italiano il 24 giugno 1866. Chi esce dall’Ossario, assai ben tenuto, con un cartello che invita i visitatori a non rubare i teschi — il garbatissimo guardiano è, ahimè, solo — si imbatte in vistosi annunci che invitano a rifocillarsi al ristorante del Tamburino sardo, l’eroe che, nel racconto di De Amicis, preferì perdere una gamba pur di consegnare un messaggio di soccorso particolarmente pressante. Il ristorante sorge infatti sul luogo che vide le gesta di quel ragazzo. Il Risorgimento è stato fatto anche a tavola: in primo luogo attraverso una rivendicazione delle specialità gastronomiche italiane che non dovevano essere sopraffatte dalle straniere. Si pensi, per questo ingenuo sciovinismo letterario, al brindisi di Meneghino, formulato da Carlo Porta per l’entrata in Milano di Francesco I a conclusione del Regno d’Italia napoleonico: “Che Toccai, che Alicant, che Sciampagn… / Vin nostran, vin di noster campagn / ma leggittim, ma s’cett, ma sinzer: por el stomegh d’un bon Milanes / ghe va roha del/noster paes”. La bonarietà del dialetto cede in Giuseppe Giusti alla severità della lingua ufficiale: “Filtra col sugo di straniere salse / in noi di voci pellegrina lue: / brama ci fa d’oltremontano bue / l’anime false”.
Ancora oggi, a Torino, il ristorante Cambio venera la poltrona su cui soleva sedersi il conte di Cavour. E se il Tamburino sardo di Custoza è un ristorante di recente ispirazione, sarebbe interessante compiere un’indagine, all’interno di quel quadrilatero così sacro alla storia d’Italia, per accertare quante osterie erano attive durante le guerre risorgimentali, quante hanno chiuso i battenti e quante sono ancora in vita. Una è certamente superstite. È L’Antica Locanda del Mincio, situata presso il ponte visconteo del Borghetto. Ma forse non è l’unica, e raccogliere le testimonianze sulla vicenda dei locali che disertarono o sfamarono gli eroi delle patrie battaglie completerebbe l’opera di pietà annunciata dall’Ossario di Custoza o da quello, meno imponente, di San Martino. Ecco un’indagine che ci permettiamo di suggerire al comitato incaricato di preparare il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Anche il Sud ha avuto le sue osterie storiche. Fu a La catena di Caianello Vecchio che il 26 ottobre 1860 Cialdini, comandante dell’esercito piemontese dopo la traversata degli Abruzzi, si incontrò con il collega Salzano, capo delle residue milizie borboniche: il quale, avendo invitato il vincitore ad abbandonare l’ultimo palmo di terra che era rimasto al suo re, rispose che quell’ultimo palmo sarebbe stato conteso dito per dito, il che puntualmente avvenne durante l’assedio di Gaeta.
Potere delle osterie! Era in esse che si riunivano i carbonari cospiratori: come poi, sul finire del secolo, si riunirono i socialisti, tanto che gli osti erano ben spesso, di fatto, i segretari di quel partito. E non sempre i politici al potere capivano l’importanza di avere, attraverso le osterie e gli osti, un controllo sulle trame politiche che si stavano ordendo. Così, Leone XII — papa tra il 1821 c il 1829 — emanò una famosa ordinanza con cui veniva vietato agli osti di fare accomodare gli ospiti ai tavoli interni. Le osterie dovevano, secondo quel documento, essere chiuse al pubblico da un cancelletto: attraverso il quale i clienti potevano essere serviti di vino ma senza scambiare parole con gli altri avventori. Leone XII era assurto al pontificato in quanto cardinale Della Genga, dal piccolo comune marchigiano che era feudo della sua famiglia. Durante la campagna elettorale del conclave che lo fece papa, i suoi sostenitori avevano inventato uno slogan: “chi vuol che amore con pace venga / preghi che eleggasi il Della Genga”.
La chiusura delle osterie e l’introduzione del cancelletto fecero del papa il bersaglio delle opinioni liberali e, poiché i tam tam vaticani insistevano su una non infeconda relazione del pontefice con la moglie del comandante delle guardie svizzere, Pasquino si vendicò in questo modo: “Passando per la Genga un forestiero / chiese: ‘Del Santo Padre ov’è il maniero?’ / Il capo degli svizzeri, che udì, / rispose: “Santo no, ma padre sì”. Fu la vendetta dei cancelletti. E un segno di come il mondo cambia fu dato alcuni anni fa dai parroci dell’Appennino piacentino, i quali, di fronte al forte spopolamento in atto, difesero a viso aperto le osterie come unico luogo di ritrovo degli anziani, rimasti gli ultimi a presidiare i cucuzzoli.
Corrado Barberis
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