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Il Pesce nr. 4, 2010
La strategia della Norvegia per un’acquacoltura sostenibile
Promossa dal Ministero per la pesca e gli Affari costieri con la collaborazione di tutti i principali soggetti statali ed imprenditoriali coinvolti nella produzione ittica, è fondata su aspetti quali: interazione genetica e fughe dagli allevamenti; pat...
Rubrica: Acquacoltura
Articolo di Villa R.
(Articolo di pagina 43)
Ricchissima di acque interne e con una linea costiera tra le più estese del continente europeo, la Norvegia ha sempre valorizzato l’attività della pesca come forma di economia e di benessere per la popolazione. Negli ultimi decenni ha conosciuto un fiorente sviluppo l’acquacoltura, soprattutto quella dei salmonidi, tanto da portare il paese scandinavo a diventare il primo produttore di salmone a livello mondiale. L’acquacoltura è passata dalle 200.000 tonnellate prodotte annualmente nel 1994 alle 850.000 tonnellate del 2008 e contribuisce per la metà del valore alle esportazioni norvegesi di prodotti ittici. Tuttavia, il Governo norvegese ha ben compreso che la crescita nel settore dell’allevamento di specie ittiche non può essere determinato solamente dalla domanda espressa dal mercato; la variabile ambientale è, infatti, fondamentale per indirizzarne lo sviluppo e rappresenta un fattore con il quale l’acquacoltura deve confrontarsi. In poche parole, la produzione sostenibile, amica dell’ambiente è una precondizione per garantire una crescita di lunga durata. Con questo obiettivo di lungo periodo, il Ministero per la pesca e gli Affari costieri ha voluto stabilire una strategia con la collaborazione di tutti i principali soggetti statali ed imprenditoriali coinvolti nella produzione ittica. Tale strategia si fonda sugli aspetti ambientali dell’allevamento sostenibile, ovvero:
- interazione genetica e fughe dagli allevamenti; inquinamento ed effluenti;
- patologie e parassiti;
- localizzazione;
- alimentazione e risorse disponibili.
I consumatori stanno divenendo sempre più esigenti quanto ad informazioni sul cibo e specificamente riguardo ai prodotti ittici vi sono diversi schemi volontari di certificazione proposti da vari enti (KRAV, WWF, Marine Stewardship Council, ecc…) ed anche la FAO sta sviluppando linee guida per la certificazione dell’acquacoltura sostenibile.
Interazione genetica e fughe dagli allevamenti
Per quanto riguarda il salmone selvatico, a livello mondiale si è assistito negli ultimi 30 anni ad un impoverimento della sua popolazione. Dal momento che un terzo dell’intera popolazione della terra ha come zona di riproduzione la Norvegia, il paese si è impegnato a preservarne la presenza sul proprio territorio, sebbene esso sia scomparso da ben 45 corsi d’acqua e circa 100 sulle 400 popolazioni norvegesi siano considerate vulnerabili. Le cause principali di questo declino sono da attribuirsi principalmente alla naturale fluttuazione delle disponibilità alimentari legate alla temperatura del mare di Norvegia, all’inquinamento, alle piogge acide, alla deviazione dei corsi d’acqua, ai parassiti (in particolare il Gyrodactylus salaris, pidocchio del salmone), all’eccessiva pesca, all’attività di acquacoltura. Proprio quest’ultima è la fonte di numerose fughe di esemplari dalle aree di allevamento — fortunatamente ridottesi dalle circa 800.000 all’anno nel periodo 2005-2006 alle 100.000 nel 2008 — i quali si incrociano con le popolazioni selvatiche determinando a carico delle stesse dei danni, poiché i pesci allevati e quelli selvatici differiscono molto in termini di crescita, comportamento e variabilità genetica, caratteristiche che influenzano fortemente la capacità di adattarsi all’ambiente acquatico ed in definitiva la sopravvivenza. La trota iridea non è una specie autoctona norvegese, la cui fuga dagli allevamenti può essere causa di pericoli legati alle possibili modifiche al patrimonio genetico ma soprattutto può agire come vettore di parassiti nei confronti del salmone selvatico e della trota indigena. Gli esemplari fuggiti dagli allevamenti sono relativamente bassi, con valori annui attorno ai 10.000 tra il 2004 ed il 2008, anche se nel 2007 si ritiene abbiano toccato la cifra di 315.000. Per quanto riguarda il merluzzo, le fughe sono state relativamente alte nel quinquennio 2004-2008, con valori che hanno abbondantemente superato quota 200.000 in tre anni su cinque, mentre nei rimanenti due sono state di 20.000 ed 80.000. Il merluzzo ha una tendenza particolarmente sviluppata ad evadere dalle gabbie di allevamento; inoltre, il rilascio di uova fertilizzate influisce notevolmente sul patrimonio della popolazione selvatica che vive nelle zone circostanti. Al fine di contenere il fenomeno, la Norvegia ha istituito nel 2006 un’apposita commissione permanente che si occupi di lavorare sistematicamente per ridurre il rischio delle fughe, analizzarne le cause e proporre adeguamenti di natura tecnica o normativa. Il termine per emettere un parere motivato è stato prorogato al 31 dicembre 2010. Nel frattempo sono state emanate nuove norme, in particolare sulla dimensione delle maglie nelle reti, l’imposizione di una doppia protezione, tempi di reazione più rapidi da parte delle società in caso di fughe di individui. Sono inoltre allo studio metodi per marcare il DNA dei pesci in modo da poterli ricondurre precisamente ai luoghi di origine. Infine, l’aumento dei controlli da parte delle autorità preposte e la possibile erogazione di sanzioni per il danno ambientale provocato fungono da deterrenti per i produttori affinché pongano in essere tutte le misure necessarie a limitare le fughe di pesci e di materiale riproduttivo.
Inquinamento ed effluenti
In generale, l’emissione di effluenti (soluzioni nutritive e materiali organici) costituisce un problema secondario per la Norvegia, poiché il fenomeno è mitigato dalla lunga linea costiera, dall’utilizzo estensivo delle aree con elevati livelli di ricircolo dell’acqua, nonché da una buona qualità dell’acqua stessa. Tuttavia in alcune zone tale emissione può influire a livello locale o persino regionale su alcuni aspetti ambientali, tra i quali la riduzione dell’ossigeno ed il cambiamento della biodiversità ittica a causa della decomposizione del materiale organico, oppure la crescita di alghe e l’eutrofizzazione. Sono stati sviluppati metodi ufficiali per il monitoraggio dei fondali e della fauna bentonica sotto e nei pressi degli allevamenti, obbligatori prima di autorizzare un nuovo impianto o l’espansione di uno esistente. La diffusione nell’ambiente di sostanze chimiche ed in particolare di quelle ricche in rame a fini conservanti determina la loro concentrazione sul fondale e nella catena trofica, con effetti negativi in specie sensibili come i molluschi. Pertanto, viene consigliato l’utilizzo in produzione di sostanze più ecocompatibili. Un regolamento speciale è stato introdotto fin dal 2005 per prevenire il rilascio di sostanze tossiche derivanti dalle attività di lavaggio e di impregnatura delle reti, con gli impianti dedicati a tali attività che devono purificare le acque reflue prima di scaricarle nell’ambiente.
Patologie e parassiti
Nonostante un notevole miglioramento nella situazione sanitaria nel corso degli ultimi 20 anni, le patologie ed i parassiti continuano a rappresentare un’importante fonte di perdita per l’industria dell’acquacoltura nazionale, con un valore stimabile tra l’8% ed il 10% nell’ultimo decennio. L’uso degli antibiotici come mezzo per debellare le malattie di origine batterica può essere considerato un indicatore dello stato di salute dell’allevamento ittico: dopo il picco tra la fine degli anni ‘80 ed i primi anni ‘90, il consumo è calato in maniera significativa, per un ammontare totale nel 2008 pari a 905 kg, dei quali 342 kg destinati a salmone e trota iridea, i restanti 563 kg destinati a specie marine, principalmente merluzzo. Le maggiori perdite negli allevamenti sono dovute a malattie virali come la pancreatite virale (PD), l’infiammazione cardiaca e dei muscoli scheletrici (HSMI), l’anemia infettiva del salmone (ISA) e la necrosi pancreatica infettiva (IPN), mentre l’incidenza di tali patologie sulla popolazione ittica selvatica norvegese non è stata ancora stabilita. Malattie e parassiti possono costituire una severa minaccia per quest’ultima, soprattutto la diffusione del pidocchio del salmone, il quale, pur essendo rilevato a carico di esemplari selvatici, è il tipico parassita che si moltiplica approfittando delle elevate concentrazioni nelle aree di allevamento. Un decreto governativo consente una media di 0,5 femmine adulte per ogni pesce allevato, livello ampiamente inferiore a quello che può generare danni ai pesci allevati; tuttavia, ove la produzione di salmoni avviene su larga scala, gli effetti sulla popolazione selvatica circostante possono essere sensibili, soprattutto a carico degli esemplari non maturi. La dimensione delle unità produttive (gabbie) è aumentata negli ultimi anni da una circonferenza standard di 80 metri ad una di 160 metri, mentre le unità capaci di contenere mezzo milione di pesci raggiungono i 240 metri. Le maggiori dimensioni, se giustificabili in termini di economie di scala, rappresentano un problema per le difficoltà incontrate nell’esecuzione del monitoraggio e della rimozione dei pidocchi, così come per il recupero dei pesci morti. La movimentazione dei pesci è un fattore predisponente la diffusione delle patologie: infatti non è consentito spostare pesci malati (se non verso gli stabilimenti di macellazione) oppure pesci provenienti da impianti dove si sospetta la presenza di patologie a carattere infettivo. Lo sviluppo e l’utilizzo di metodi più ecocompatibili contro i pidocchi, in alternativa agli agenti chimici, viene sostenuto ed auspicato dal governo norvegese con fondi specificamente destinati alla ricerca applicata su questo argomento. Nelle aree a maggiore concentrazione di allevamenti, dove maggiore è di conseguenza il rischio di trasmissione dei parassiti alla popolazione selvatica, non viene escluso di poter intervenire forzosamente riducendo la biomassa ittica suscettibile, ovvero riducendo il numero di esemplari allevati all’interno degli impianti di acquacoltura. L’industria norvegese viene sollecitata a redigere un codice di buone pratiche, che includa anche la fase di trasporto.
Localizzazione
La scelta delle località nelle quali insediare gli impianti di allevamento è strategica al fine di massimizzare la produzione ed evitare problemi sanitari sia per le specie allevate sia per quelle selvatiche. L’Autorità alimentare norvegese può giungere a ritirare il permesso ad operare in una certa area allorquando vi sono problemi sanitari, sebbene non può unilateralmente obbligare ad una ricollocazione delle attività. Nel caso di nuovi allevamenti di grandi dimensioni, la Direzione della Pesca del Governo norvegese può decidere se vada condotta una preliminare valutazione di impatto ambientale. Lo scopo fondamentale della pianificazione territoriale è quello di salvaguardare le aree più sensibili per la fauna ittica autoctona, come le aree di riproduzione.
Alimentazione e risorse disponibili
Il settore degli alimenti per l’acquacoltura è andato crescendo negli ultimi 30 anni insieme all’incremento dell’attività di allevamento. Nel 2008 sono state vendute sul territorio norvegese 1,2 milioni di tonnellate di alimenti, delle quali ben 1,182 milioni di provenienza nazionale (pari al 98,5%). Tradizionalmente i principali componenti di tali mangimi sono farine ed oli di pesce; tuttavia, recentemente hanno acquisito una certa importanza gli oli di origine vegetale, tanto che nell’allevamento del salmone la quota di tali oli nei mangimi per salmoni è ormai circa un terzo del totale. A livello mondiale, la produzione annuale di farine (6,3 t) ed oli (1 milione di tonnellate) proviene dalla lavorazione di circa 33 milioni di tonnellate di pesce, delle quali 5,5 milioni sono sottoprodotti della trasformazione di prodotti ittici per il consumo umano, mentre il resto deriva dalla produzione industriale (principalmente acciughe). Circa il 50% delle farine viene impiegata in acquacoltura, il resto per suini, polli ed animali da compagnia; l’olio di pesce è destinato per l’85% all’acquacoltura, per il 10% al consumo umano, la rimanente quota per usi tecnici. La Norvegia produce annualmente 200.000 tonnellate di farine di pesce e ne importa una quantità analoga, principalmente da Perù, Islanda e Danimarca; l’olio di pesce prodotto in Norvegia ammonta a 55.000 tonnellate, quello importato si aggira intorno alle 170.000 tonnellate. L’utilizzo in acquacoltura vede come settori di maggiore utilizzo delle farine i gamberi di mare (23%), i salmoni (20%), altri pesci marini (20%), le carpe (15%) oltre ad altre specie. Metà dell’olio di pesce è invece destinato all’allevamento dei salmonidi. La Norvegia, consapevole dell’importanza dei pesci ad uso industriale come fonte di alimenti per altri pesci o uccelli negli ecosistemi di origine, si impegna a combattere la pesca illegale anche fuori dal proprio territorio, per esempio con una richiesta di tracciabilità dai paesi fornitori. Per evitare il sovrasfruttamento delle risorse marine viene inoltre stimolato il migliore utilizzo dei prodotti ittici con la riduzione degli scarti e la progressiva sostituzione di ingredienti di origine marina con quelli di altra provenienza. Il governo norvegese sosterrà con apposite risorse la ricerca sulle nuove fonti alimentari e sulle tecnologie per migliorare l’utilizzo degli alimenti di origine ittica.
Roberto Villa
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