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Il Pesce nr. 4, 2010
Pesca sostenibile nel Mediterraneo: è il momento di agire
Non è ragionevole pensare che un regolamento o l’Unione Europea possano da soli assicurare la gestione della pesca nel Mediterraneo: la partecipazione di tutti paesi che vi si affacciano è determinante...
Rubrica: Commissione europea
(Articolo di pagina 25)
Dopo un periodo preparatorio di tre anni, il 1º giugno è entrato in vigore il nuovo regolamento mediterraneo sulla pesca approvato dalla Commissione europea. Intanto si è sollevato un coro di proteste da parte del mondo dei pescatori e dei ristoratori. Il nuovo regolamento, infatti, introduce limitazioni sulle dimensioni delle maglie delle reti da pesca e sulla pesca a strascico. Il regolamento in questione si applica agli Stati Membri dell’UE del bacino mediterraneo (Spagna, Francia, Italia, Slovenia, Grecia, Cipro e Malta). Da indagini scientifiche sugli stock ittici del Mediterraneo risulta che oltre il 54% degli stock analizzati è sottoposto a uno sfruttamento eccessivo. Per ovviare a questa situazione, nel 2006 l’UE ha adottato il regolamento “Mediterraneo” (Regolamento CE n. 1967/2006 del Consiglio del 21 dicembre 2006), il cui scopo è migliorare la gestione della pesca al fine di giungere a un’attività di pesca sostenibile, tutelare il delicato equilibrio dell’ambiente marino e riportare a livelli di sicurezza gli stock ittici.
Maria Damanaki, Commissaria per gli affari marittimi e la pesca, ritiene che non vi siano giustificazioni per l’attuale incompleta attuazione delle misure adottate con il regolamento “Mediterraneo” nel dicembre 2006. «Gli Stati Membri hanno avuto più di tre anni per prepararsi all’adempimento di tutte le norme che, va ricordato, essi hanno unanimemente adottato nel 2006» ha detto la Commissaria. «La situazione di numerosi stock ittici nel Mediterraneo è allarmante e i pescatori vedono le loro catture scemare di anno in anno. Se nel 2006 tali misure sono state ritenute necessarie, oggi appaiono ancora più urgenti. È necessario invertire questa preoccupante tendenza a praticare attività di pesca non sostenibili e a impoverire le risorse ittiche e dobbiamo farlo ora. A tal fine, tutti devono attenersi alle norme stabilite. Invito pertanto gli Stati Membri ad agire e a fare quanto necessario per finalizzare i rispettivi piani di gestione. Il periodo di transizione è finito». Per meglio preservare la diversità del bacino marittimo e l’integrità dei suoi ecosistemi, il regolamento “Mediterraneo” prevede un approccio dal basso verso l’alto e consente agli Stati Membri di adattare le misure alle specifiche situazioni locali. Ma questo metodo non potrà funzionare e fallirà se gli Stati Membri non adempiono i loro compiti. Il regolamento integra le preoccupazioni ambientali nella politica della pesca e stabilisce una rete di zone protette, in cui le attività di pesca vengono limitate per tutelare le zone di crescita, le zone di riproduzione e l’ecosistema marino. Inoltre, tale regolamento fissa norme tecniche riguardo ai metodi di pesca consentiti e alla distanza dalla costa e reca disposizioni relative alle specie e agli habitat protetti. Quando è entrato in vigore, all’inizio del 2007, il regolamento ha previsto per alcune disposizioni un lungo periodo di applicazione progressiva (fino al 31 maggio 2010). Sarebbe pertanto ragionevole ritenere che le amministrazioni nazionali abbiano avuto tutto il tempo necessario per preparare la transizione e garantire l’osservanza delle norme. Eppure, anche ora, sembrano impreparate e il livello generale di conformità alle disposizioni del regolamento lascia molto a desiderare: le ispezioni recentemente condotte dalla Commissione hanno messo in evidenza gravi violazioni per quanto concerne le dimensioni minime delle maglie delle reti da pesca, la taglia minima dei pesci e degli altri organismi marini e altri aspetti della selettività. Ciò succede nonostante le disposizioni in questione siano obbligatorie fin dall’entrata in vigore del regolamento, tre anni fa. Gli Stati Membri non hanno neppure rispettato gli obblighi, stabiliti dal regolamento, di presentare piani di gestione o di designare ulteriori zone di pesca protette.
La Commissione europea si rammarica profondamente di questa situazione, che avrà un’incidenza diretta sulla situazione degli stock e sulla sostenibilità della pesca. Essa ha caldamente esortato gli Stati Membri ad agire in tempi rapidi per ovviare alla situazione e sta collaborando strettamente con essi alla risoluzione dei restanti problemi. Se vi saranno infrazioni gravi, la Commissione non potrà che adottare iniziative forti per assicurare il rispetto delle norme. Il regolamento non vieta però alcun tipo di pesca tradizionale o “speciale”. Queste pratiche sono invece permesse, se a basso impatto sulle specie e sugli habitat e gestite nell’ambito di un piano nazionale, ma molti Stati Membri non hanno ancora messo mano al riordino dei rispettivi piani di gestione nazionali. Non è ragionevole pensare che il regolamento o l’Unione Europea possano da soli assicurare la gestione della pesca nel Mediterraneo. La partecipazione di tutti paesi che si affacciano sul Mediterraneo è determinante e l’UE si adopera attivamente nell’ambito delle organizzazioni multilaterali, tra cui la Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo e la Commissione internazionale per la conservazione dei tonnidi dell’Atlantico, al fine di migliorare le conoscenze scientifiche e garantire l’uguaglianza delle condizioni sulle quali promuovere la sostenibilità.
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