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Eurocarni nr. 8, 2010
La moderna zootecnia ha bisogno del veterinario
Custode e terapeuta del mondo animale, il veterinario che lavora nel comparto zootecnico oggi ha prospettive professionali precarie. Occorre una correzione di rotta, che abbia come obiettivo la valorizzazione di questo professionista...
Rubrica: Zootecnia
Articolo di Tirelli F.
(Articolo di pagina 42)
Conservare la salute e curare gli animali malati è la funzione che svolge il veterinario nel comparto zootecnico. Custode e terapeuta del mondo animale, prezioso, meglio, indispensabile. Tuttavia con prospettive professionali precarie, per una serie di cause che vale la pena di valutare per contribuire ad una correzione di rotta che abbia come obiettivo la valorizzazione di un professionista la cui attività non si esaurisce nella tutela sanitaria degli animali, perché l’animale sano è un’esigenza irrinunciabile se si vuole che le produzioni di latte, carne e uova non rappresentino un pericolo per la salute dei consumatori. La mucca pazza è un ricordo troppo recente. La precarietà per il futuro veterinario trova una prima spiegazione nel numero degli abilitati a disposizione: 27.000 nel 2009, erano 20.000 dieci anni fa. Una crescita forte, che ha coinciso con un forte calo dei bovini, da 9 a poco più di 6 milioni di capi nello stesso periodo. A cui vanno aggiunti cali minori per suini, equini e ovini. Quindi una crescita professionale in controtendenza con il calo del patrimonio zootecnico. E sicuramente non è bastato il “boom” della libera professione — mirata ad assicurare assistenza veterinaria agli animali da compagnia — a soddisfare le attese dei nuovi laureati. Già gli impieghi attuali restano a livelli molto bassi: 8,3% i veterinari pubblici, 6,7% nella ricerca, 2,6% nell’industria e lo 0,3% nelle associazioni allevatori. Altre spiegazioni vanno nel merito della scelta e delle specializzazioni offerte dalle università. Circa le scelte delle facoltà da parte degli studenti, è convinzione diffusa che molte siano il risultato di esclusioni o di abbagli sulla convinzione che sia facile conseguire la laurea in veterinaria, ma altresì vi è chi parla di inadeguatezza della preparazione per insufficienza di attività di laboratorio e pratica. Aspetti che riguardano le università e la loro capacità di produrre lauree all’altezza del ruolo professionale che abilita i soggetti laureati.
Tocca dunque all’università esaminarsi ed avere il coraggio di aggiornare i programmi tenendo presenti i cambiamenti e le conquiste della scienza in senso lato, compresa la didattica accademica. Da parte di esperti si osserva che l’eccessiva crescita delle facoltà di veterinaria non è stata accompagnata da una progressiva crescita della qualità dell’insegnamento e le difficoltà economiche hanno impedito di assicurare agli studenti apporti adeguati in fatto di laboratori, cliniche, esercitazioni, ecc... Certamente ridurre le sedi, arricchendole di opportunità maggiori, non basta a risolvere il problema dell’elevato numero di laureati che faticano a trovare un’occupazione duratura. Migliorando, tuttavia, la loro preparazione si realizza una selezione e, di conseguenza, un ridimensionamento del numero dei laureati, in armonia con il calo del patrimonio zootecnico. Guardando avanti, non resta che tornare al futuro della zootecnia, in un paese dove l’autoproduzione dei prodotti animali non va oltre il 60%, per ripetere che un’attenzione per prevenire altri cali è non solo doverosa per ciò che rappresentano per i consumatori italiani le produzioni locali, ma altresì per i benefici che si produrrebbero in materia di bilancia dei pagamenti, di occupazione diretta e sulle attività indotte a monte e a valle degli allevamenti. Solo se la zootecnia, come si spera, tornerà a crescere, per il veterinario ci saranno nuove opportunità per valorizzare la sua preparazione.
Fortunato Tirelli
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