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Eurocarni nr. 8, 2010
Crisi economica e nuovo protezionismo
Da ottobre 2008 ad aprile 2010 ben 278 misure restrittive degli scambi sono stato adottate dai trenta principali partner commerciali dell’UE. Una tendenza preoccupante, che rischia di vanificare gli sforzi di superamento della crisi...
Rubrica: Commissione europea
Articolo di Ventura S.
(Articolo di pagina 20)
La crisi che affligge l’economia mondiale da quasi due anni è stata utilizzata da numerosi partner commerciali dell’Unione Europea come pretesto per introdurre nuove misure protezionistiche. Questo fenomeno, in evidente contrasto con l’impegno assunto dai membri del G20 in occasione del vertice di Washington (novembre 2008) e reiterato nei successivi vertici di Londra (aprile 2009) e di Pittsburgh (settembre 2009), è stato analizzato dalla Commissione europea in una recente e documentata relazione, che si appoggia, completandoli, sui dati raccolti in relazioni precedenti, dall’ottobre 2008 ad oggi. La tendenza messa in luce dalla Commissione europea è preoccupante. Infatti, nel periodo che va dall’ottobre 2008 all’aprile 2010, ben 278 misure restrittive degli scambi sono state adottate dai trenta principali partner commerciali dell’UE. Negli ultimi sei mesi (novembre 2009 – aprile 2010) sono state introdotte 73 nuove misure, mentre ne sono state soppresse o non prorogate soltanto 18. Il catalogo di queste misure restrittive comprende, oltre alle classiche barriere commerciali (come i divieti d’importazione o l’aumento dei dazi), le misure che incoraggiano l’acquisto di prodotti nazionali e altre misure discriminatorie, destinate a favorire le imprese locali, segnatamente nel settore degli appalti pubblici.
Il motivo di maggiore apprensione non è soltanto l’ampiezza del fenomeno, ma anche e sopratutto il fatto che talune misure, anche se adottate con il pretesto della crisi economica, sembrano destinate a persistere nel lungo periodo come parte integrante del sistema commerciale mondiale. A titolo d’esempio, la creazione dell’unione doganale tra Russia, Kazakhstan e Belarus, entrata in vigore il primo gennaio 2010, ha fornito l’occasione di consolidare la maggior parte degli aumenti dei dazi decisi dalla Russia durante la crisi. Un altro esempio è quello della decisione, presa nel dicembre 2009 dai quattro membri permanenti del Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay), di aumentare i dazi della loro tariffa doganale comune per una serie di prodotti, tra i quali taluni prodotti lattieri e taluni tessili. La relazione della Commissione europea mette in evidenza la circostanza che i nuovi ostacoli agli scambi, anche se hanno globalmente un’influenza limitata sull’insieme del commercio mondiale, incidono sulle esportazioni dell’UE in misura superiore alla media globale (1,7% rispetto a una media dello 0,4%). Infatti, la maggioranza dei nuovi ostacoli colpisce in modo sproporzionato taluni settori particolarmente sensibili per l’UE, come quelli dell’industria automobilistica, del tessile, dell’acciaio e dell’agroalimentare. Inoltre, i nuovi ostacoli agli scambi hanno provocato, in molti casi, misure di ritorsione che aumentano l’effetto restrittivo sul commercio. Un esempio in tal senso è offerto da una disputa sorta tra la Cina e l’Argentina. La Cina ha imposto talune restrizioni alle importazioni di olio di soia proveniente dall’Argentina, probabilmente come ritorsione alle misure anti-dumping introdotte da questo paese nei confronti di prodotti cinesi negli anni 2008 e 2009.
Infine, le misure discriminatorie, prese da taluni paesi per favorire l’acquisto di prodotti nazionali, hanno spesso un effetto di “contagione”, provocando l’adozione di misure analoghe in altri paesi. È evidente che queste misure protezionistiche (e la tendenza a renderle permanenti) rischiano di vanificare gli sforzi di superamento della crisi e di annullare le speranze di ripresa economica. Il pericolo è particolarmente grave in un momento come quello attuale, in cui l’aumento della disoccupazione può provocare un ulteriore inasprimento del protezionismo. Nell’ultimo Economic Forum di Bruxelles (25-26 maggio 2010), al quale hanno partecipato circa milleduecento rappresentanti delle istituzioni europee e dei settori finanziari, accademici e dei media, si è discusso delle strategie per un mondo “dopo la crisi”. Una delle conclusioni di quel “Forum” è stata la constatazione che “non si è ancora usciti dalla crisi”. Tra le misure urgenti per uscirne definitivamente, oltre alle riforme strutturali evocate nel “Forum” di Bruxelles occorre certamente annoverare l’eliminazione dei nuovi ostacoli agli scambi. Dovrebbe essere questo il compito principale del vertice del G20 che si terrà nel novembre prossimo.
Sergio Ventura
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