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Eurocarni nr. 8, 2010
L’alimentazione del vitello a carne bianca: i risultati della ricerca dell’Università di Padova
I dati presentati dalla sezione vitelli a carne bianca di Unicarve
Rubrica: Convegni
(Articolo di pagina 95)
L’instabilità del mercato dei prodotti lattiero-caseari e l’obbligo di alimentare i vitelli con prodotti solidi ha reso quest’ultimo componente della razione strategico per la sopravvivenza del settore. Nonostante ciò, l’alimentazione solida è spesso lasciata all’intuitività dell’allevatore, con risultati altrettanto variabili. Di questi argomenti ne hanno discusso allevatori e ricercatori in un convegno organizzato a fine giugno all’hotel Fior di Castelfranco Veneto dall’Associazione Produttori Unicarve, che ha dato vita lo scorso anno ad una apposita sezione dedicata agli allevatori di vitelli a carne bianca. Obiettivo principale del convegno è stata appunto la questione “alimentazione solida”, con la divulgazione dei risultati della ricerca SPAI-VIT (Sviluppo Piani Alimentari Innovativi per il Vitello a carne bianca) condotta dall’Università di Padova finanziata dalla Regione Veneto. Unicarve ha così inteso gettare le basi per un ulteriore passo avanti, indispensabile per la salvaguardia di un settore che, in questi ultimi anni, sta attraversando una vera e propria crisi di identità, non trovando una sua collocazione produttiva e commerciale che distingua la carne prodotta in Italia da quella proveniente dall’estero.
Al convegno, moderato dal dirigente della Direzione Agroambientale e Servizi per l’Agricoltura della Regione Veneto, dott. Riccardo De Gobbi, hanno partecipato la dott.ssa Flaviana Gottardo, la dott.ssa Paola Prevedello, il prof. Paolo Berzaghi ed il prof. Giulio Cozzi, del Dipartimento di Scienze Animali dell’Università di Padova, e la dott.ssa Eliana Schiavon dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie. In apertura del convegno, l’intervento del rappresentante della sezione vitelli a carne bianca di Unicarve, l’allevatore Roberto Marchetti che ha ricordato il forte impegno economico sostenuto dalle aziende per adeguare strutture ed impianti alle normative comunitarie sul benessere animale, sottolineando poi le difficoltà economiche in cui si dibatte il settore, determinate dai prezzi di mercato e dai costi dell’alimentazione: fattori, questi, che fanno proliferare i contratti di soccida. Secondo Marchetti, l’unico sistema per uscirne è dare una identità all’allevamento dei vitelli a carne bianca in Italia, sostenendo la proposta di Unicarve, recepita dal consorzio L’Italia Zootecnica, di sviluppare un Sistema di Qualità Superiore Nazionale che, con un Disciplinare di Qualità riconosciuto dal Ministero delle Politiche Agricole, possa finalmente dare un “nome alla carne” di vitello per distinguerla da quella proveniente da altri Paesi e poterla “comunicare” ai consumatori. Marchetti, quindi, ha auspicato che la Conferenza Stato Regioni dia il via libera al Ministero per una rapida approvazione del Decreto che doveva essere già emanato entro il 31 gennaio 2010. Al termine del suo intervento, Marchetti, sottolineando l’importanza del convegno, ha auspicato che enti ed istituzioni continuino ad interessarsi dell’allevamento del vitello a carne bianca con progetti di ricerca e sperimentazione per dare un aiuto concreto agli imprenditori.
La prima relazione scientifica è stata presentata dalla dott.ssa Giuliana Gottardo che ha sviluppato il tema “Allevamento e benessere del vitello a carne bianca tra tradizione e innovazione: il Progetto SPAI-VIT”. La dott.ssa Gottardo ha mostrato l’andamento del prezzo del latte in polvere dal 2000 ad oggi (Figura 1) confrontando i prezzi di mercato della polvere di latte magro in Germania e Oceania rispetto al prezzo dell’Unione Europea, ponendo in evidenza le ampie oscillazioni di prezzo, condizionate da variazioni anche minime, della disponibilità di polvere di latte magro a livello mondiale. La dott.ssa Gottardo ha sottolineato che attualmente il costo della polvere di latte magro non è particolarmente elevato; tuttavia, al fine di evitare il ripetersi di situazioni critiche come quella verificatasi nel 2007, è necessario uno scrupoloso lavoro di ricerca finalizzato all’individuazione di piani alimentari per il vitello a carne bianca che siano scarsamente influenzati da fattori esterni ed economicamente sostenibili. La Regione Veneto ha finanziato uno specifico programma di ricerca che ha visto la collaborazione tra Università di Padova, Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie e allevatori di vitelli a carne bianca, per lo sviluppo di nuovi piani alimentari basati principalmente sull’uso di elevate quantità di alimenti solidi. In riferimento a questi ultimi, nella realtà di campo è molto diffusa la pratica di somministrare, in aggiunta alla dieta lattea, la granella di mais. Questo alimento solido, quando somministrato in quantità limitate, non garantisce il mantenimento dell’emoglobina sopra la soglia minima di 7,25 g/dl stabilita dalla legislazione comunitaria in materia di benessere del vitello a carne bianca, a causa del modesto contenuto di ferro (Tabella 1). Quando invece la granella di mais viene utilizzata in quantità maggiori, migliorano i dati relativi all’emoglobina (Tabella 1), ma questo tipo di alimento non si può comunque considerare completo in quanto non apporta fibra (importante per il benessere animale) e ha un modesto contenuto proteico, che non consente la riduzione della polvere di latte da utilizzare. Nelle prove svolte nell’ambito del progetto SPAI-VIT, pertanto, il piano alimentare tradizionale a base di sostitutivi del latte e granella di mais è stato messo a confronto con diete alternative che hanno visto una sostituzione del latte stesso con solidi contenenti alimenti ad elevato contenuto proteico, come soia e pisello proteico, o fonti di azoto inorganico utilizzabili dai microrganismi ruminali per la sintesi di proteina batterica. Inoltre, nelle diete testate è stato inserito anche un alimento fibroso, quale la paglia, al fine di soddisfare i bisogni comportamentali del vitello, di ridurre i comportamenti anomali, di promuovere il fisiologico sviluppo dei prestomaci e di stimolare le attività di masticazione e ruminazione.
La parziale sostituzione della proteina apportata dalla polvere di latte magro con proteina di origine vegetale apportata dalla soia è stata possibile includendo questo alimento proteico nella misura del 7,5% e del 14% in due miscele a base di mais e paglia. Questa inclusione ha consentito di ridurre la polvere di latte somministrata ai vitelli rispettivamente del 4% e del 8%, rispetto ai vitelli che ricevevano la sola granella di mais come alimento solido. I risultati in termini di performance di crescita e di macellazione sono stati soddisfacenti. Infatti, il peso vivo finale medio raggiunto dagli animali e l’accrescimento giornaliero medio dei vitelli che ricevevano come alimento solido le miscele contenenti soia erano del tutto simili se non superiori a quelli dei vitelli che ricevevano la sola granella di mais (Tabella 2). Inoltre, l’uso di elevate quantità di alimenti solidi e l’inserimento della paglia nelle razioni ha consentito di ridurre l’incidenza delle stereotipie orali (gioco con la lingua) e dei comportamenti anomali quali il bere l’urina dei compagni di box, nonché di prolungare i tempi di ruminazione dei vitelli (Figura 2). Altro dato interessante emerso da questa prova riguarda la notevole differenza registrata nel numero di pasti di latte rifiutati dai vitelli (Tabella 3). L’utilizzo della sola granella di mais e la maggiore somministrazione di latte determinano rifiuti più frequenti del pasto che si traducono, in ultima analisi, in uno spreco di sostitutivo del latte. Utilizzando minori quantità di latte e alimenti solidi più adatti alla fisiologia di un bovino giovane l’evento di rifiuto del pasto liquido si riduce notevolmente. Non mancano tuttavia gli aspetti sfavorevoli. Utilizzando elevate quantità di alimenti solidi, infatti, aumenta notevolmente l’ingestione di ferro da parte degli animali, che si traduce in una maggiore sintesi di mioglobina e quindi in un peggioramento del colore delle carcasse. Con l’utilizzo della soia la percentuale di carcasse giudicate bianche dal valutatore del macello diminuisce e la misurazione strumentale del colore, eseguita con un colorimetro portatile, evidenzia per queste carcasse minore luminosità e maggiore indice del rosso (Tabella 4), che risultano tanto più accentuati quanto maggiore è l’inclusione di soia nella miscela di alimenti solidi. Questo risultato, che può compromettere la redditività dell’allevamento del vitello a carne bianca, è stato necessariamente considerato nella pianificazione delle prove successive svolte nell’ambito del progetto SPAI-VIT. Sono stati testati pertanto piani alimentari meno ambiziosi in termini di quantità di alimento solido somministrato durante il ciclo e fonti di proteina vegetale (pisello proteico) o di azoto non proteico (urea zootecnica), inclusi sempre in una miscela a base di mais e paglia. Anche in questo caso l’utilizzo di fonti proteiche e/o azotate ha consentito di ridurre il sostitutivo del latte nella misura del 4% rispetto ai vitelli che ricevevano solo granella di mais e paglia come alimento solido. Come riportato in Tabella 5 i pesi vivi finali dei vitelli in prova e gli accrescimenti medi sono del tutto simili. Inoltre, con l’utilizzo di miscele contenenti una minima integrazione di urea zootecnica, la percentuale di carcasse giudicate bianche dal valutatore del macello aumenta sia rispetto a quelle dei vitelli che ricevevano solo mais e paglia, sia rispetto alle carcasse dei vitelli che ricevevano solo granella di mais nella prova precedente. Questi risultati confermano pertanto che la sostituzione di proteina del latte con proteina di origine vegetale o con azoto non proteico non compromette in alcun modo le performance di crescita degli animali e permette un risparmio di polvere di latte che, seppur limitato per singolo vitello (circa 10-15 kg), va moltiplicato per il numero di capi di questa tipologia di allevamento per comprenderne la reale portata.
Le difficoltà maggiori sono legate al controllo del colore e quindi alla scelta del tipo di alimento proteico da utilizzare. Come evidenziato in Tabella 6, infatti, questi alimenti si caratterizzano per un contenuto in ferro sicuramente più elevato rispetto alla granella di mais ma, soprattutto, variabile nel tempo oltre che in base alla provenienza e al trattamento subito. Una necessaria considerazione che si pone nell’utilizzo di alimenti solidi “innovativi” riguarda la quantità degli stessi da somministrare durante il ciclo di ingrasso in relazione alla durata dello stesso e al tipo genetico allevato. Dai risultati ottenuti nelle diverse prove svolte e, soprattutto, dal monitoraggio dell’emoglobina nelle diverse fasi di allevamento appare evidente che fino ad un certo punto del ciclo di ingrasso i livelli di emoglobina sono compatibili con un’adeguata colorazione delle carcasse, mentre in seguito, probabilmente per modificazioni morfologiche e/o funzionali dei prestomaci, i livelli di emoglobina aumentano con tutti i tipi di alimento, anche con la sola granella di mais. Pertanto la scelta di utilizzare alimenti solidi del tipo e nelle quantità testate nelle prove del progetto SPAI-VIT dovrebbe necessariamente accompagnarsi ad una oculata gestione delle macellazioni, onde evitare di compromettere i risultati ottenuti in termini di risparmio del sostitutivo del latte con un deprezzamento delle carcasse. Considerando, poi, che i tipi genetici più frequentemente utilizzati per questo tipo di produzione sono rappresentati da razze da latte, caratterizzate da una certa precocità, ma dalle potenzialità di crescita limitate, appare a volte difficilmente comprensibile la tendenza dei macellatori, di tenere gli animali in stalla oltre i 170-180 giorni al fine di ottenere carcasse più pesanti.
Questa prima ricerca svolta nel territorio Veneto ha certamente consentito di ottenere numerosi spunti di riflessione in merito all’utilizzo di alimenti “innovativi” nell’allevamento del vitello a carne bianca, sia per quanto riguarda performance di crescita e di macellazione che in termini di benessere animale, e i risultati ottenuti possono essere utili all’allevatore per mettersi al riparo dall’aumento di costo dei sostitutivi del latte. Tuttavia, ulteriori prove o ripetizioni delle sperimentazioni già svolte potrebbero essere molto utili al fine di ottenere indicazioni più precise in merito alla quantità di alimenti solidi da utilizzare al fine di non compromettere le caratteristiche qualitative tipiche di questo particolare tipo di produzione.
Terminata la relazione della dott.ssa Gottardo, è intervenuta la dott.ssa Eliana Schiavon, che ha relazionato sul tema “Analisi e considerazioni sull’alimentazione del vitello a carne bianca”. Il sistema di allevamento per la produzione di vitelli a carne bianca è cambiato in modo radicale negli ultimi anni consentendo di ottenere un miglioramento sia delle condizioni di benessere degli animali allevati che delle loro performance produttive. Per meglio salvaguardare il benessere degli animali la Direttiva CEE 97/2 e la Decisione 97/182 che recava le modifiche all’allegato della Direttiva (recepite in Italia tramite il DLgs 331 del 01/09/98) hanno reso obbligatorio l’utilizzo di una dose giornaliera di alimenti fibrosi per ogni vitello dopo la seconda settimana di vita. La norma comunitaria tuttavia non sancisce in modo univoco il significato del termine “alimento fibroso” e il tipo e la lunghezza della fibra che deve integrare la razione lattea. Oltre a questi obblighi, l’allevatore del vitello a carne bianca ha subito nel 2007 il brusco rialzo del prezzo del latte utilizzato per l’alimentazione zootecnica, creando notevoli difficoltà nel mantenere accettabili le rese economiche di questa tipologia di mercato. Nascono, quindi, la necessità e l’opportunità di incrementare gli studi nel settore del bovino a carne bianca per rispondere alla crisi che colpisce il comparto. Un progetto di ricerca finanziato dalla Regione Veneto ha visto la collaborazione di Università di Padova, quale capofila del progetto, Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie e alcuni leader della produzione del vitello a carne bianca come ad esempio le aziende Colomberotto e Leiballi. Tale progetto ha valutato alcuni regimi alimentari con differenti tipi di alimenti fibrosi. Le quattro prove sono state effettuate presso due allevamenti partner, tutti gli animali sono stati macellati in due macelli delle filiere sopracitate. Oltre ai rilievi di tipo sanitario effettuati sugli animali in vita, le tesi sono state valutate anche al macello dove tutti gli animali macellati (circa 400) sono stati sottoposti ad osservazione per lo sviluppo ruminale, lo sviluppo della papille ruminali, l’ipercheratosi, la presenza di placche con o senza pelo, la presenza di ulcere abomasali rilevando per ognuna la gravità, inoltre la valutazione di eventuali patologie pregresse come polmoniti, pleuriti, epatosi.
Un’attenta osservazione è stata condotta sullo sviluppo delle papille ruminali attribuendo un punteggio da 1 a 4 a seconda del loro sviluppo, e sulla presenza di ulcere abomasali conferendo un punteggio da 1 a 3 in base alle loro dimensioni e gravità. Altri parametri quali il colore della carcassa e la valutazione SEUROP sono stati applicati successivamente a ciascuna carcassa. La prima tesi ha visto il confronto di diversi alimenti solidi quali: mais, mais e paglia, mais e pisello, l’alimento liquido era sempre latte ricostituito. Dall’analisi dei dati si evince come con apporto di granella di mais si ha un maggiore sviluppo del rumine sia in senso strutturale, quindi con maggiore peso, sia della sua mucosa con un notevole sviluppo delle papille ruminali. Nota negativa è la presenza di una marcata ipercheratosi con la presenza nel 36% degli abomasi dato che si conferma poi nella terza prova dove la stessa tesi ripetuta vede l’86% degli animali colpiti da ipercheratosi, conseguente è anche l’aumento di placche. Le lesioni abomasali seppur di media entità sono presenti in egual misura nella dieta con apporto di mais e nella dieta con apporto di mais e pisello (Tabella 7). La seconda tesi ha messo a confronto due tipi di alimentazione liquida, latte 50 e siero e due tipi di alimentazione solida mais e mais e pisello, si sono andate così a creare 4 tesi in parallelo: mais e latte, mais e siero, mais-pisello-latte, mais-pisello-siero (Tabella 8). Dall’analisi si desume che la presenza di siero nella dieta crea maggior presenza di lesioni abomasali, inoltre durante la sperimentazione si è verificata una mortalità di circa 2% nel gruppo dovuto a ulcera gastrica perforata (Figura 3). Nella terza prova si sono inseriti come alimento solidi la soia al 7% e al 14% oltre che altre due alimenti solidi a confronto quale mais e mais-paglia (Tabella 9). Si è potuto evidenziare che aumentando la percentuale di soia aumenta lo sviluppo ruminale come anche la presenza di placche. Altro dato interessante è la presenza di ulcere abomasali di grave entità nella tesi con soia low (7%). Infine, la quarta prova ha visto l’inserimento di urea, urea e pisello, pisello e mais-paglia come alimento solido in una base di latte 30 (Tabella 10).
Con questa dieta si evince che la presenza di urea in aggiunta a pisello o meno riduce l’ipercheratosi e riduce lievemente anche le ulcere abomasali. I dati ottenuti dalla valutazione macroscopica di rumini e abomaso effettuata in sede di macellazione hanno in parte confermato in parte i dati ottenuti da altre sperimentazioni, ma sono emerse anche altri elementi che necessita una ripetizioni delle prove con gli stessi alimenti solidi ma a quantità diverse per poter evidenziare l’optimum di somministrazione del solido. Questa prima ricerca nel territorio Veneto ha certamente dato molti stimoli per promuovere altre studi sull’alimentazione fibrosa del vitello a carne bianca per poter meglio alle soluzioni migliori sia per il benessere degli animali allevati che per le performance produttive.
È seguito poi l’intervento del prof. Paolo Berzaghi sul tema “Impiego di tecniche rapide di analisi per il controllo di alimenti destinati all’alimentazione di vitelli a carne bianca”. I processi produttivi in agricoltura ed in allevamento hanno subito notevoli modificazioni e migliorie nel corso degli anni. Il mercato è sempre più attento agli aspetti qualitativi ed i processi produttivi si devono adattare nel soddisfare al meglio le richieste di mercato. Questo è avvenuto ovviamente anche per la filiera del vitello carne bianca, per la quale esiste storicamente una particolare attenzione alla qualità del prodotto finale soprattutto per quanto riguarda il colore della carne. In qualsiasi processo produttivo la qualità del prodotto finale è fortemente influenzata dalla qualità degli input, nel caso del vitello ciò è determinato soprattutto della qualità dei sostitutivi del latte e anche dal solido richiesto dalla normativa UE. I limiti per un efficace controllo qualità degli alimenti è determinato dai metodi di analisi. I metodi ufficiali sono complessi e richiedono laboratori specializzati, determinando un elevato costo delle analisi e spesso tempi di risposta non idonei alle tempistiche produttive e commerciali. Idealmente per poter rispondere sempre meglio alle esigenze dei processi produttivi i metodi analitici dovrebbero rispondere a queste caratteristiche: essere accurati e ripetibili; avere un costo modesto o comunque consono al valore del prodotto analizzato; essere rapidi con risposte analitiche in pochi giorni se non addirittura immediate. Con l’obiettivo di soddisfare alcune di queste esigenze analitiche, da alcuni anni presso il Dipartimento di Scienze Animali dell’Università di Padova si è sviluppato un laboratorio specializzato nello sviluppo di metodi rapidi applicabili agli alimenti e prodotti zootecnici. In particolare, si sono adottate due tecnologie diverse ma complementari. La prima, anche dal punto di vista storico, è quella basata sulla spettrometria nell’infrarosso vicino conosciuta con l’acronimo NIRS (Near InfraRed Spectroscopy). È una tecnica rapida che permette di caratterizzare la composizione chimico nutrizionale della frazione organica degli alimenti o dei prodotti zootecnici. Per esempio, è impiegata per la determinazione del contenuto di acqua, proteina, fibra e amido degli alimenti, oppure per determinare l’acqua, il grasso e la proteina della carne.
Questa tecnica si basa sul principio che le diverse molecole organiche assorbono la luce infrarossa a specifiche lunghezze d’onda. Lo sviluppo dei metodi consiste nel costruire un data set di calibrazione per il quale si raccolgono gli assorbimenti NIRS e la composizione chimica determinata in modo tradizionale con metodi ufficiali. Successivamente si determinano dei modelli di predizione sulla base delle relazioni che esistono fra specifiche lunghezze d’onda e la composizione chimica. Una volta sviluppata la calibrazione, l’analisi completa (per esempio, umidità, proteina, fibra e amido) viene eseguita anche sul campione tal quale, con l’ottenimento della risposta analitica in circa un minuto. Nella pratica questo permette di eseguire analisi senza l’uso di alcun reagente chimico, la mancanza o la minima preparazione del campione consente al singolo operatore di eseguire un gran numero di analisi riducendo fortemente i costi e tempi di risposta all’allevatore di pochissimi giorni piuttosto di settimane. Per questi motivi il NIRS è diventato un sistema molto diffuso nei laboratori e largamente applicato per l’analisi dei foraggi e mangimi, per la carne, ma anche uova, pesce, formaggio e latte in polvere. Nel caso delle applicazioni di interesse all’allevatore di vitello carne bianca può risultare interessante poter impiegare il NIRS per il controllo della qualità del latte in polvere impiegato nell’alimentazione dei vitelli. Sono infatti riportate in letteratura esperienze NIRS per l’analisi di umidità, proteina e grasso nella polvere di latte (Frankhuizen, 1992), per determinarne il profilo nutrizionale, ma anche per determinare con ottima accuratezza il contenuto di latte magro del sostitutivo del latte, parametro questo molto importante nel determinare il prezzo di acquisto di questo alimento. Abbiamo detto che il NIRS funziona molto bene per la frazione organica degli alimenti e prodotti, mentre ha una utilità molto limitata per la determinazione degli elementi minerali presenti nella frazione inorganica degli alimenti. Questo è per l’allevatore un aspetto molto importante soprattutto per il contenuto in ferro (Fe) negli alimenti, in quanto risulta fondamentale nel determinare il colore della carne. Ci siamo perciò rivolti ad un altra tecnologia, largamente utilizzata in campo mineralogico e metallurgico ossia alla fluorescenza a raggi X (XRF). Questa tecnica semplicemente l’essiccazione e la macinazione del campione se necessario. Successivamente si pesa una quantità standard di campione e lo si pressa ad alta pressione per formare una pastiglia liscia e compatta. Posta entro una camera completamente schermata, la pastiglia viene irraggiato da un fascio di raggi X. In risposta all’energia ricevuta dai raggi X, i diversi elementi minerali emettono energia a specifici livelli e quindi possono venire quantificati. Le principali caratteristiche che rendono l’XRF una valida alternativa all’analisi tradizionale, sono: minima preparazione del campione (macinazione, eventuale miscelazione con leganti, impiego della pressa per i campioni solidi); l’assenza di reagenti chimici; tempi di analisi ridotti (pochi minuti); analisi multielementare; Grazie ad un progetto finanziato dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali (progetto MARIPA), presso il Dipartimento di Scienze Animali dell’Università di Padova si è avviato un programma di ricerca volto allo sviluppo di metodiche XRF per l’analisi degli alimenti zootecnici. La fase preliminare del progetto ha visto l’acquisito di uno strumento Bruker AXS, l’S2 Ranger, il quale, compatibilmente alla matrice di interesse, permette l’analisi di quasi tutti gli elementi minerali. Si sono sviluppate calibrazioni per foraggi che includevano oltre ai macro elementi minerali (calcio, fosforo, potassio) anche alcuni microelementi fra cui il ferro. La calibrazione per questo elemento è risultata molto performante con un R2 , ossia del coefficiente di determinazione della calibrazione di 0,99 (il massimo ottenibile è uguale 1,00), a conferma che il ferro è facilmente quantificabile con l’XRF. Sulla base di questi ottimi risultati si è proceduto a sviluppare una calibrazione sempre per il contenuto di ferro anche per i sostitutivi del latte. Anche in questo caso si è ottenuto un R2 pari a 0,99 con un errore di calibrazione pari a 2 ppm.
In conclusione queste nuove tecniche analitiche sono in grado di rispondere ai requisiti di accuratezza, economicità, rapidità delle risposte, in linea con le esigenze dell’allevamento di vitello a carne bianca moderno e dinamico. La disponibilità di queste tecnologie presso l’Università di Padova e la storica collaborazione con le associazioni di allevatori del Veneto quali l’Unicarve potrà determinare una rapida ricaduta positiva degli investimenti della ricerca pubblica a beneficio degli allevatori ma anche e soprattutto del consumatore finale di vitello carne bianca. Terminate le relazioni gli allevatori presenti hanno posto numerose domande ai ricercatori riguardo agli aspetti legati all’alimentazione ed alle patologie riscontrate.
Il dott. Riccardo De Gobbi, moderatore del convegno, ha fornito alcuni dati ricordando che il settore del vitello a carne bianca, nel Veneto rappresenta circa il 30% della produzione nazionale e vede coinvolte più di 300 aziende con una produzione annua di oltre 250.000 capi, localizzati soprattutto nella provincia di Treviso. Dati che danno l’idea dell’importanza che riveste questo settore e l’indotto che genera in una regione come il Veneto e, di conseguenza, l’attenzione posta dalle politiche regionali determinate con il PSR, che hanno sempre tenuto conto della filiera del vitello a carne bianca e prestato la massima attenzione alle dinamiche economiche che da qui scaturiscono.
La chiusura del convegno è stata effettuata dal prof. Giulio Cozzi che ha sottolineato come gli interessanti risultati illustrati dai relatori hanno messo in evidenza alcune importanti evoluzioni nelle tecniche di alimentazione del vitello a carne bianca. Dalle relazioni è emerso in modo chiaro come la motivazione alla base dell’utilizzo degli alimenti solidi si sia notevolmente modificata, passando da semplice supporto finalizzato al miglioramento del benessere dell’animale ad autentico protagonista del programma di alimentazione. Alla base di questo cambiamento c’è sicuramente la necessità di limitare il costo di alimentazione del vitello, soprattutto a fronte delle periodiche impennate nel prezzo della polvere di latte magro. Tuttavia, i risultati a volte discordi osservati nelle diverse sperimentazioni, anche con le stesse tesi alimentari, dimostrano come l’obiettivo della formulazione di piani alimentari “virtuosi”, con una sempre più significativa sostituzione della polvere di latte da parte di alimenti solidi, non può prescindere da un ulteriore ampliamento del bagaglio scientifico a supporto dei produttori. Punto di partenza fondamentale è l’approfondita conoscenza della qualità degli alimenti utilizzati attraverso un puntuale sistema di campionamento ed analisi. Gli innovativi strumenti analitici presentati nel corso del convegno come il NIRs o l’XRF possono permettere di soddisfare questo requisito in tempo reale e a costi sostenibili. Dal punto di vista nutrizionale, esiste la necessità di aumentare le conoscenze del metabolismo proteico e glucidico in un soggetto come il vitello a carne bianca che, durante il proprio ciclo d’ingrasso, affronta una transizione verso una sempre maggiore funzionalità dei prestomaci. I risultati relativi alle placche e all’ipercheratosi della mucosa ruminale e alle ulcere abomasali dimostrano che le attuali scelte nutrizionali sono ancora lontane dal soddisfare pienamente i bisogni del vitello ed esistono ampi spazi di miglioramento in un’ottica di benessere animale ma anche in termini di performance. Anche le strutture di allevamento dovranno probabilmente essere adeguate, soprattutto a fronte del progressivo aumento del peso di macellazione degli animali. Inoltre, la somministrazione di quantità sempre più importanti di alimenti solidi richiederà maggiore attenzione nel garantire un adeguato approvvigionamento idrico agli animali. Dovranno essere introdotti abbeveratoi che consentano una facile assunzione dell’acqua di bevanda, evitando sprechi inutili o addirittura dannosi, soprattutto per il conseguente aumento del volume dei reflui aziendali. Facendo seguito al felice esempio del progetto SPAI-VIT, i produttori dovranno credere e chiedere il supporto della ricerca scientifica, stimolando le istituzioni a destinare ulteriori fondi per la sperimentazione sul vitello a carne bianca. Per poter affrontare in modo vincente la sfida commerciale con i nostri “competitors” europei, il settore nazionale di produzione del vitello a carne bianca è chiamato dunque a fare sistema attraverso la creazione di filiere organizzate dalla stalla alla forchetta. Solo in questo modo sarà possibile godere di economie di scala che si tradurranno in maggiori redditi per tutti gli operatori del settore.
I risultati che sono stati presentati nel corso del convegno dimostrano come queste filiere potranno contare su un supporto scientifico di assoluta eccellenza rappresentato dal gruppo di lavoro del Dipartimento di Scienze Animali dell’Università di Padova e dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie. Queste competenze, ampiamente riconosciute a livello internazionale, dovranno tuttavia essere ulteriormente consolidate per garantire quella crescita professionale che appare vitale per il successo del comparto produttivo nazionale. Al termine del convegno è stato allestito un buffet offerto dalle ditte che hanno contribuito alle spese organizzative ed in particolare l’azienda Serval, l’azienda Zoogamma Spa, l’azienda Ferga, l’azienda Italmarch.
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