Eurocarni nr. 4, 2009

Anche in Italia è possibile allevare lo yak

Rubrica: Zootecnia

Articolo di Brandone C.

(Articolo di pagina 45)



Nel 2005 il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali finanziò un progetto di ricerca triennale riguardante “L’Allevamento dello yak per il recupero delle aree marginali: studi dell’adattamento e valutazione delle caratteristiche dei prodotti”. Il progetto fu affidato, per la sua realizzazione, al Centro di Ricerca per la Produzione delle Carni e il Miglioramento Genetico (CRA-PCM). Lo yak, come si sa, è allevato soprattutto in Asia centrale (Cina, Pakistan, Tibet, Mongolia, Nepal) in aree di montagna, a quote che vanno dai 2.000 ai 5.500 di altezza. È un animale che in Asia viene sfruttato per differenti mansioni e attitudini: da soma, per il lavoro nei campi, per la produzione della carne e del latte, da cui si ricava il burro e, inoltre, per il pelo, col quale si producono tende, coperte ed abiti. Il letame viene utilizzato come isolante per i tetti delle case e per il riscaldamento. Lo yak vive in branco e si sposta solamente in gruppo. Ha una struttura gerarchica con dominanza femminile. Il capo mandria si occupa della sicurezza degli altri animali ed è lui che perlustra la zona e si avvicina al cibo per controllarlo. Lo svezzamento dei piccoli dura dai 6 agli 8 mesi. Il prezzo di mercato si aggira sui tremila euro per le femmine e sui duemila euro per i maschi. foto yak

In Europa è presente in piccoli allevamenti in Germania, Svezia, Austria, Svizzera, Repubblica Ceca e in Italia, limitatamente al Trentino Alto Adige, dove è attualmente allevato in aree di montagna molto fredde, sfruttando in particolare l’attitudine a produrre carne.

Il progetto yak ha dato ottimi risultati e, nei tre anni in cui è durata la sperimentazione al Rifugio delle Aquile nel comune di Teramo, a quota 1.300 metri di altitudine, il gruppo iniziale di 20 femmine e 6 maschi ha dato valide indicazioni per ritenere possibile, vantaggioso ed economico l’allevamento nel nostro Paese di questo particolare ruminante che viene da lontano.

Lo yak può vivere sul nostro Appennino

Gli yak possono essere allevati sull’Appennino italiano poiché in grado di esprimere i loro cicli riproduttivi e produttivi allo stesso modo di qualsiasi bovino Podolico di razza italiana, allevato in montagna, con sistema brado o semibrado, da marzo a novembre, e spostato in stalla d’inverno.

I risultati finora acquisiti dal progetto consentono di prevedere di poter allevare lo yak sull’Appennino a quote che vanno dai 1.300 ai 2.200 metri sul livello del mare, potendo sfruttare i pascoli dove in passato alpeggiava la pecora e occupandone altri a quote altimetriche molto più alte, più poveri di essenze pascolative, nei quali solo la fauna selvatica può avere forme di consociazione (cervi, caprioli).

Durante i due periodi estivi trascorsi, il gruppo di yak ha sopportato picchi di temperature superiori ai 35° all’ombra.

È stato osservato che gli yak, durante l’estate, hanno utilizzato il falasco (con questo nome si intende comunemente un insieme di piante non o poco “commestibili” per gli altri animali zootecnici da allevamento), naturalmente presente nei pascoli appenninici. Questa pianta, che allo stato giovanile viene utilizzata anche da altre specie animali, risulta non appetibile in fase di levata dalla maggior parte delle specie domestiche.

Questo comportamento alimentare dello yak ha un duplice effetto positivo: favorisce il controllo della crescita delle infestanti e consente la ricrescita delle altre essenze foraggiere che altrimenti sarebbero soffocate dalla presenza del falasco stesso. In altri termini, lo yak esercita una funzione di “spazzino”, favorendo, quindi, un graduale ripristino delle condizioni normali dei pascoli dell’Appennino. In definitiva, lo yak si adatta al nuovo ambiente e si alimenta di vegetazione non utilizzabile da ovini, caprini e bovini.

In Svizzera sono previsti, a livello federale, dei contributi per tenere pulito l’ambiente e, proprio per questo suo comportamento “ecologico”, lo yak, che come abbiamo visto mangia qualsiasi cosa, dall’erba agli arbusti, è l’unico strumento per gli allevatori di accedere a questi finanziamenti senza troppa fatica.

La buona carne dello yak

La valorizzazione della carne di specie particolari come lo yak necessita di uno studio approfondito delle sue caratteristiche qualitative e delle sue proprietà nutrizionali. Recentemente risulta aumentata la domanda di cibi dotati di “virtù salutistiche”, ossia derivanti da un’agricoltura sostenibile di tipo estensivo e contenenti principi nutritivi di tipo funzionale o alimenti in primo luogo sicuri e capaci anche di svolgere specifiche e favorevoli funzioni fisiologiche. Tra gli alimenti di origine animale, il consumatore sembra riscoprire la carne come fonte di particolari principi fondamentali con spiccate attitudini protettive e trofiche, che concorrono a migliorare gli equilibri nutrizionali della propria dieta. La carne di yak potrebbe contenere queste molecole bioprotettrici e i risultati finora ottenuti dalla ricerca sono molto positivi.
Conclusioni

L’adattamento dello yak alle condizioni dell’Appennino italiano deve passare attraverso fasi di conoscenza a livello pratico, al fine di renderne l’allevamento economicamente sostenibile, con prospettive di sviluppo socio-economico e turistico-ambientale.
In altri termini, questa tipologia di allevamento potrebbe riavvicinare l’uomo alla montagna, favorendo la salvaguardia dell’ambiente.

Cristiano Brandone


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